hungryandfoolish

Compleanni effervescenze e vertigini

L’espressione facciale che intendo io si può senza dubbio paragonare a quella di un seienne che ha il permesso di ficcare la mano nella torta di compleanno prima di tutti, prima che sia tagliata, perché è il suo di compleanno, tocca a lui stavolta.
Come sensazione si colloca tra la vertigine che si ha quando si sogna di cadere e l’effervescenza delle caramelle effervescenti che ti pungono parecchio la lingua ma non ti danno mai fastidio.
Allora visto che amo i compleanni e anche un po’ le effervescenze mi sono fatta coraggio e ho immerso la mia pelle nelle tue parole, tra le acque opache delle tue reazioni, ho aspettato il buio per vederti e separato le distanze dai silenzi finché hai deciso che io. proprio io. e hai voluto accarezzare il volto delle mie paure, hai lasciato che il tempo ti desse voce, cullato il desiderio nella penombra di una stanza in cui tutto diventa sempre di troppo tranne noi, fatti di gemiti soffocati e labbra socchiuse e profumo. tantissimo profumo. di quello che caccia via menzogne e frasi fatte.
La luce è fioca e sfumata dai sussurri, le mani si stringono una dentro l’altra, poi si intrecciano e ancora si chiudono e si insinuano tra le crepe della memoria.
Si finisce a ridere di solletico soffocato fino a piangere ché è tardi e il rumore non si può più fare.
Crolliamo esausti schiena su schiena, trascinati via per le caviglie da un sonno che ci lascerà ritrovare solamente alle luci della prossima alba.

Eravamo ragazzi e ci dicevano: “Studiate, sennò non sarete nessuno nella vita”. Studiammo. Dopo aver studiato ci dissero: “Ma non lo sapete che la laurea non serve a niente? Avreste fatto meglio a imparare un mestiere!”. Lo imparammo. Dopo averlo imparato ci dissero: “Che peccato però, tutto quello studio per finire a fare un mestiere?”. Ci convinsero e lasciammo perdere. Quando lasciammo perdere, rimanemmo senza un centesimo. Ricominciammo a sperare, disperati. Prima eravamo troppo giovani e senza esperienza. Dopo pochissimo tempo eravamo già troppo grandi, con troppa esperienza e troppi titoli. Finalmente trovammo un lavoro, a contratto, ferie non pagate, zero malattie, zero tredicesime, zero Tfr. zero sindacati, zero diritti. Lottammo per difendere quel non lavoro. Non facemmo figli – per senso di responsabilità – e crescemmo. Così ci dissero, dall’alto dei loro lavori trovati facilmente negli anni ’60, con uno straccio di diploma o la licenza media, quando si vinceva facile davvero: “Siete dei bamboccioni, non volete crescere e mettere su famiglia”. E intanto pagavamo le loro pensioni, mentre dicevamo per sempre addio alle nostre. Ci riproducemmo e ci dissero: “Ma come, senza una sicurezza nè un lavoro con un contratto sicuro fate i figli? Siete degli irresponsabili”. A quel punto non potevamo mica ucciderli. Così emigrammo. Andammo altrove, alla ricerca di un angolo sicuro nel mondo, lo trovammo, ci sentimmo bene. Ci sentimmo finalmente a casa. Ma un giorno, quando meno ce lo aspettavamo, il “Sistema Italia” fallì e tutti si ritrovarono col culo per terra. Allora ci dissero: “Ma perchè non avete fatto nulla per impedirlo?”. A quel punto non potemmo che rispondere: “Andatevene affanculo!

Breve storia di una generazione…

Torto O.G.

(via what-a-fucking)

(Source: inside-head, via ilfascinodelvago)

(…) O l’uno o l’altro: l’uomo è stato creato a immagine e somiglianza di Dio e allora Dio ha gli intestini, oppure Dio non ha intestini e l’uomo non gli assomiglia. (…) La merda è un problema teologico più arduo del problema del male. Dio ha dato all’uomo la libertà, quindi, in fin dei conti, possiamo ammettere che lui non sia responsabile dei crimini perpetrati dall’umanità. Ma la responsabilità della merda pesa interamente su colui che ha creato l’uomo.

—#Kundera

(…) Libri come volti. Riflessi di gente che ha avuto cose da raccontare.
Famosi, soli, amati, molto spesso non scoperti fino in fondo, esibiti, travolgenti eppure poco noti, nati da mani desiderose di esser bocche, plasmati da chi ci ha posato lo sguardo e segnato a bordo pagina pensieri in matita, abbandonati alla polvere dopo giorni gloriosi, invecchiati, fatti di parole che forse non verranno ascoltate o non saranno condivise.
Compagni di vita silenziosi, capaci di emozionare in ogni tempo.

(Sei stato come lo strappo delle scarpe nuove del primo giorno di terza elementare.
Tanto forte che mi hai squarciato le orecchie, hai stretto le narici, graffiato la schiena, bruciato la gola.
Ti sei portato via i miei sensi e io resto incapace di soffrire per te).