hungryandfoolish

Scrivi una frase, rileggila e se senti che ha qualcosa d’orecchiato, qualcosa che solletica il tuo gusto, cancellala e rifalla, finché non la senti perfettamente normale, senza nessun compiacimento, ma che descriva le cose come sono. E continua così. Non scrivere cose troppo fantastiche e movimentate: descrivi cosa fai dalla mattina quando ti alzi alla sera quando vai a dormire. Dopo un po’ scoprirai un sacco di cose e t’accorgerai che tocchi la realtà con le tue mani. Prendi a modello Svevo, per esempio, che poverino scriveva male che peggio non poteva, ma guardava le cose con i suoi occhi.

Italo Calvino  (via alfaprivativa)

(Source: fallen87, via nubetossica)

Della notte ama la libertà di passare l’indice sulla condensa che offusca le sue riflessioni.
Traccia figure gocciolanti che ricordano gli innumerevoli cambi d’abito fuori programma e aspetta di poter sentire ancora chiari i passi delle suole abbracciate strette alla sua terra.
Nonostante il mondo fuori, si dice scintillante di emozioni, asciutta e felice, seppur tradita dal sale bianco steso sulle gote.
Se chiude gli occhi distingue la lontananza che scioglie le sue ultime incertezze. Gioca a raccontarsi agli altri come una parentesi scavata tra l’ombelico e le tempie, scura, da coprire con mani tremolanti, nella penombra di una notte di settembre.
Due braccia le incorniciano il ventre stranamente accentato. Per un attimo ancora si fa piccola dentro al suo stesso respiro. Profuma di pellicola in bianco e nero in mezzo a milioni di film a colori.
Lei. L’opera d’arte dentro al blocco di marmo che nessuno avrà avuto il coraggio di scolpire.

Litigio(io)se

Seguo le linee curve del mio vivermi troppo.
Assaporo le gambe che cullano la testa con il loro zigzagare tra ricordi e progetti.
Ansimi, non reggi il passo.
Non mi fermo, non guardo indietro. Penso a me.
Poi le tue parole, nitide e ruvide come uno schiaffo.
Senza scomporre la mia espressione procedo di unghie che si consumano e di pancia che morde dentro.
Mi distraggo guardando la polvere sopra ai libri.
Fingo indifferenza.
Non chiedo. Non piango.
Tra i denti lame che preferirei ingoiare e invece dico.
Parlo a bassa voce, m’insinuo tra le urla che lanci nello stomaco più che nelle orecchie.
Rigurgitiamo diversamente digrignanti doveri inadempiuti.

Occhi che incontrano palpebre nude e ci troviamo immobili a fissarci.
Silenzio.

Mani che sfiorano gote umide.
Brividi che sfidano la gravità e muoiono in baci caldi di vite intrecciate.
Pace.

jameschororos:

No. 174 | Stillspotting | NYCThe two silhouettes you see holding hands are looking directly at the Empire State Building. Classical music is playing in the background and the weather balloons are surrounding them rhythmically to compliment the musical notes. This is an old shot and it has always reminded me of the closing scene in Fight Club (nothing blew up after I took it though). I shot this scene during an installation last year sponsored by MoMA at 7 WTC. Plenty of other shots from this day are in my archive, as MoMA was super cool about letting people take photos. 

jameschororos:

No. 174 | Stillspotting | NYC

The two silhouettes you see holding hands are looking directly at the Empire State Building. Classical music is playing in the background and the weather balloons are surrounding them rhythmically to compliment the musical notes. This is an old shot and it has always reminded me of the closing scene in Fight Club (nothing blew up after I took it though). 

I shot this scene during an installation last year sponsored by MoMA at 7 WTC. Plenty of other shots from this day are in my archive, as MoMA was super cool about letting people take photos. 

Sarai il mio ricordo bellissimo, ti luciderò di tanto in tanto, te lo prometto.
Ora però vattene, ti prego, vai via da me per sempre.

Visti gli ultimi accadimenti, verrebbe da affermare che io abbia un’inclinazione naturale nel mettere dei punti belli convinti alle storie che vivo, più che altro, aggiungo io, per via degli “a capo” che ci saranno poi, per me e solo per me.

Lei mi ammira per questo e perché, dice, non ce li ho i rimpianti io.
Lei non ci riesce a smettere con la mia stessa determinazione, non lasciando possibilità di replica alcuna. Io, dice, non lo dò lo spazio al chiarimento, ché tanto non andrebbe a cambiare la situazione di partenza.

Bene. Giunti a questo punto, mi pare necessario svelare questa tanto invidiata tecnica salvavita che neanche la Beghelli.
Punto uno: occultazione di lacrime e derivati, segno indiscusso di debolezza, prima che di umanità.
Zero tracce.
Niente rimmel sulle lenzuola.
Il fondotinta è VIE-TA-TO in ogni circostanza.
In secondo luogo bisogna munirsi di sacchetto da congelatore (il Cuki è abbastanza affidabile), ci si caccia dentro quella roba che han deciso andasse in alto a sinistra a scaldare i nostri palati, e la si sostituisce con una praticissima pompa idraulica (i cui costi di manutenzione sono peraltro molto contenuti e la dignità è sempre salva).
Penultimo passo è l’auto convincimento. “Lo schifo sta prima del punto e il resto del mondo è incluso in quell‘“a capo”” (che staremo ammirando ormai con occhi scintillanti). Et voilà! Saremo assimilabili a dei titani, orgogliosi di aver chiuso con i nostri limiti (poco importa se di tanto in tanto ci sentiremo dentro ad un attillatissimo costume da coglioni patentati).
Infine, a coronare il tutto, come la fogliolina di basilico fresco sulla pizza, c’è il corso di Spagnolo, che quello, è risaputo, risolve!

(Non che io abbia intenzione di ritrattare quanto detto, ma la merda resta tale anche se ci spruzziamo lo spray dorato sopra).

Due settimane è stato il tempo necessario a sbiadire ciò che ho creduto tu fossi.
Due settimane per staccare dal mio “me” quel “noi” che ti piaceva tanto sussurrare.
Ho rimosso i tuoi fianchi dai miei fianchi, quei movimenti timidi e insicuri che stridevano con la tua stretta di mano decisa.
Ero troppo dicevi. Troppo ma non abbastanza da fermare l’irrazionale.

Due settimane di bavagli stretti tra i denti e pugni chiusi, per stare male senza fare male. Labbra serrate e sporadici sorrisi forzati, sudore e insonnia ad accompagnare la disintossicazione di “chi lascia e non soffre”.
Ho provato a scordare il calore delle tue lacrime che mi scivolavano addosso in quell’unico attimo che ci teneva uniti, ché si era perfetti, e non c’era la tua follia e non c’erano le mie paure.
Ora mi allontano su binari arrugginiti. Lascio andare ciò che amo e mi stringo a ciò che mi appartiene.
Ho scelto me.
Nella valigia ho deciso di conservare il fotogramma dei tuoi occhi umidi di quando mi afferravi le gambe e ti lasciavi cadere.

Un’ultima volta buonanotte a queste catene, domani mi han detto che saremo tutti un po’ più liberi.